NELL’ERBA ALTA: un film contorto.

Scritto il 28 Aprile nel notizie

Nell’erba alta, una produzione Netflix ispirata a un romanzo di Stephen King e Joe Hill, scritta e diretta da Vincenzo Natali, purtroppo è tra i film meno riusciti tra i più recenti horror di matrice kinghiana.

LA TRAMA

Becky e Cal, fratello e sorella, si trovano sulla strada per la California. Le nausee dovute alla gravidanza di Becky li costringono a fare più soste. Il film inizia infatti con loro che si fermano praticamente in mezzo al nulla. C’è solo una chiesa e poi un campo sterminato da cui sentono provenire le grida di aiuto di un bambino. Becky e Cal decidono allora di avventurarsi nell’erba alta per dare una mano, ignorando completamente ciò che si annida lì dentro.

SPOILER ALERT: PERSONAGGI

Da qui in poi gli eventi precipitano sempre più e più il film va avanti più ci si rende conto che il tempo all’interno del campo non è lineare, che è tutto un gioco di sovrapposizioni, che la morte e la vita sono dei concetti molto relativi. Vengono fuori tutti i peggiori lati dell’essere umano: tra i membri della famiglia Humbolt, composta da Ross (padre), Nathalie (madre), Tobin (figlio) e il loro cagnolino, il signor Humbolt autoproclamatosi leader e salvatore, cede in realtà ai suoi istinti più biechi, esacerbando la sua misoginia e il suo maschilismo tossico. Di Cal vengono fuori i desideri incestuosi nei confronti della sorella e la gelosia malata verso Travis, il padre del nascituro. Questi compie invece il processo inverso, insieme a Becky: da un’iniziale rifiuto delle proprie responsabilità all’accettazione di esse. Per loro il campo è il bosco in cui l’eroe del romanzo di formazione cresce. Travis compie il sacrificio estremo di restare intrappolato per sempre nel campo d’erba permettendo però a Becky e sua figlia di salvarsi, insieme a Cal e a Tobin.

CONCLUSIONI

Nell’erba alta mette, però, troppa carne sul fuoco: dai riti sciamanici delle antiche tribù al cuore maligno del campo, dall’amore incestuoso al cannibalismo, dai loop temporali e spaziali alla claustrofobia. In particolare sulla struttura del tempo e sull’origine maligna tutto risulta confuso, contorto, ripiegato su sé stesso così tante volte da risultare grottesco. Tutto è troppo sopra le righe. Se lo spettatore inizialmente è coinvolto e vuole capire, man mano che le situazioni si ripetono, perde interesse. La tensione si trova soprattutto nella parte centrale del film, mentre sul finale c’è un anticlimax troppo marcato. All’interno del campo, inoltre, tutto assume un tono quasi onirico, ovviamente da incubo, che se al principio tiene col fiato sospeso, dopo diventa disturbante sì, ma ripetitivo. Molte cose vengono lasciate all’interpretazione dello spettatore: Travis si sarà salvato una volta rotto il loop temporale? La famiglia Humbolt che fine avrà fatto? Cosa esattamente era all’origine della pietra? A voi la scelta.

Voto finale: 6/10

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